I rifiuti, la responsabilità e lo spreco

L’eccesso di rifiuti

«Fino a poche generazioni fa», scrive Thomas Hylland Eriksen (Fuori controllo, 2017), «perfino nelle complesse società […] europee la produzione di rifiuti era modesta […]. Gli avanzi di cibo erano mangiati dagli animali domestici», oppure venivano riutilizzati; gli oggetti rotti venivano riparati, e «nei paesi più settentrionali c’era un’intera classe sociale, immortalata da Charles Dickens e da Hans Christian Andersen, che campava raccogliendo stracci, bottiglie e scarti», per poi rivenderli.

Oggi siamo sommersi dai rifiuti di ogni tipo, in modo straordinario da quelli in plastica, e i problemi quindi sono diversi da allora. Anche se non manca chi fa una vita grama con attività tossiche legate ai rifiuti. Come nello smontare i rottami tecnologici, provenienti da tutto il mondo, che si accumulano nella discarica di Agbogbloshie in Ghana.

Con la classe del quarto anno dell’istituto alberghiero di Ossana abbiamo provato ad analizzare alcuni aspetti del ciclo dei rifiuti e, soprattutto, del modo in cui la nostra società si pone nei confronti dei rifiuti. Dalla discussione è emerso quello che è il paradigma più forte, più pervasivo: la responsabilità individuale. Anche quando sappiamo e vediamo che il problema dei rifiuti è un problema dell’intera società, abbiamo la tendenza a enfatizzare l’importanza dei comportamenti individuali: gettare al posto giusto la spazzatura, differenziare con precisione, tenersi in borsa i rifiuti quando non si sa dove buttarli. Tutte cose giuste ma che non risolvono alla radice il problema, come dimostrano i dati sulla crescita dei rifiuti.

Perché tendiamo ad enfatizzare la responsabilità individuale?

Per rispondere a questa importante domanda, abbiamo invitato la classe a scrivere qualche riflessione spontanea a proposito dell’immagine di un cavalluccio marino avvinghiato a un cotton-fioc. Probabilmente si tratta di un fotomontaggio, ma la abbiamo scelta perché viene spesso usata al fine di denunciare l’inquinamento dei mari a causa della plastica. La classe si è prestata favorevolmente all’esercizio, e dalle risposte abbiamo da un lato tratto la conferma della forza del paradigma della responsabilità del singolo, ma anche stimoli che ci hanno consentito di metterlo in discussione.

Abbiamo constatato che televisione, social, giornali, libri divulgativi… insistono molto sull’aspetto della responsabilità individuale. Qualche volta in modo sciatto, non cogliendo il punto, e qualche volta interessato, perché parlare dei comportamenti individuali può diventare un modo per non mettere in discussione le scelte produttive che sono una causa molto più importante della crescita dei rifiuti (l’usa-e-getta, l’obsolescenza programmata…).

Il secondo motivo per cui emerge con grande forza la responsabilità individuale rispetto ai rifiuti è che questa appare come il solo modo per fare effettivamente qualcosa: la «riduzione» per quanto possibile, il riciclaggio… Questo «fare qualcosa» va certamente nella direzione giusta, ma va sempre messo in relazione con la consapevolezza del sistema nel suo complesso, alzando lo sguardo sulla «fonte dei rifiuti», ovvero l’eccesso produttivo e il ruolo del sistema industriale e distributivo.

Lo spreco alimentare

Illuminante è l’esempio della riduzione dello spreco alimentare. Evitare di trovarsi con cibo scaduto, marcio e da buttare nel frigorifero della nostra cucina o del ristorante dove lavoriamo è un’azione corretta da compiere ogni volta che è possibile. Ma insieme al riutilizzo di bucce di patata o torsoli di mela, è indispensabile sapere che l’agricoltura di prossimità spreca infinitamente meno energia e cibo di quanto non faccia la Grande Distribuzione Organizzata, nonostante le catene di supermercati con la loro potenza mediatica si facciano passare per paladine della lotta allo spreco alimentare… E anche qui, proprio come abbiamo visto riguardo ai rifiuti non alimentari, dobbiamo fare – nella misura del possibile – la cosa giusta nel preferire fornitori di prossimità per i nostri acquisti alimentari, ma dobbiamo anche trovare il modo di far sentire la nostra voce nella società e nella politica, affinché sia sostenuta l’agricoltura locale e non si consenta che sia travolta dalla concorrenza feroce della Grande Distribuzione Organizzata.

In una frase…

Se dovessimo riassumere in una frase la riflessione che abbiamo proposto nelle tre ore trascorse assieme, potremmo scrivere: buttiamo il rifiuto giusto nel giusto cassonetto, ma domandiamoci sempre per quali vie ci siamo trovati quel rifiuto in mano, se c’era la possibilità di non produrlo o di smaltirlo diversamente, se tutto questo è indiscutibile oppure se è semplicemente il prodotto di rapporti di forza e sistemi produttivi che la storia potrebbe cambiare. E che noi per primi, magari, vorremmo diversi.

Wolf Bukowski e Sergio Cattani

Wolf Bukowski, blogger e redattore della Nuova Rivista Letteraria e collaboratore con Internazionale, autore di La danza delle mozzarelle. Slow food, Eataly, Coop e la loro narrazione e La santa crociata del porco.
Sergio Cattani, esperto in Scienze dell’alimentazione con una laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche, promotore di progetti scientifici e divulgativi sul mondo della salute e dell’educazione.

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